Brotherhood

Il weekend scorso siamo stati in Italia, dai miei, in occasione di una performance teatrale di quel CoccoriCò del mio fratello.
Ero prevenuta circa la pazienza dei miei figli  durante lo spettacolo, invece sono stati bravi, a parte qualche acuto di Nana fuori programma e i continui commenti in sottofondo di Nano “adesso sbuca lo zio / ecco lo zio che balla / ciao zio!”.

I ragazzi che hanno recitato sono stati bravissimi: la trama di Peter Pan la conosciamo tutti, le canzoni di Bennato sul tema anche. Al CoccoriCò è andata la parte di Peter Pan, ad un suo caro amico quella di Capitan Uncino, e siccome il paese dove vivono i miei è abbastanza piccolo, i ragazzi e le ragazze che hanno partecipato li conoscevo anche io almeno di vista, perché hanno frequentato o l’asilo o le scuole elementari con il CoccoriCò.

I rapporti tra fratelli sono qualcosa di particolare e ognuno ha la propria storia. Nel nostro caso i 18 anni di differenza anagrafica ci hanno unito fortemente per 9 anni, finché non mi sono trasferita e, soprattutto adesso, sembrano aggiungere ulteriore distanza a quei 600 km che ci dividono. Pur avendone fatte (e gliene abbia fatte fare) di ogni colore, sono 9 anni dei quali il CoccoriCò sembra ricordare molto poco.
L’avrei voluto padrino dei miei nani, ma è troppo giovane. L’avrei voluto testimone di matrimonio, ma non parla ancora tedesco. In compenso, è inutile dire che lo zio è un idolo inarrivabile per i miei nani.
Forse adesso che sono mammaX2 dovrei capire meglio i miei? Impossibile. Dovrei stare dalla loro parte e non più parare il fratellino piiiiccolo? Impossibile. Una sorella è per sempre.

Due facce della stessa medaglia. Di tolla.

Due facce della stessa medaglia. Di tolla.

Intervento dal passato: Manifesto del Pendolare Medio

Peccato che i pensieri non si possano registrare, nascono e non si fa in tempo a realizzare “questa è una splendida idea” che bisogna scendere dal treno e la realtà a forma di macchina, di casa e di cena da preparare ritorna e ti cancella tutto quello che avevi pensato.

Il Pendolare Medio si alza alle 6 di mattina, guarda fuori mezzo assonnato e cerca di capire che tempo farà. Per metà dell’anno non riesce a indovinare perché a quell’ora il sole non è ancora sorto.
Quindi si veste, basandosi sulle condizioni metereologiche del giorno precedente. 9 volte su 10 l’omino del tempo si prende gioco di lui: il giorno prima la temperatura raggiunge i 30° gradi, la mattina dopo scende a -3°. Peggio ancora se comincia a piovere non appena si è arrivati in stazione e, di solito, l’ombrello è purtroppo rimasto a casa o nel baule della macchina.
Sulla banchina ci si stringe nel cappottino, si scruta se c’è qualcuno che si conosce o qualcuno da evitare. Normalmente anche se il tuo migliore amico strafigo è proprio lì davanti sullo scalino, che sale sul vagone preferito, non lo riconosci perché la mattina anche lui sembra un troll e perché tu fingi di essere sveglia ma hai l’occhio mezzo chiuso che dorme ancora.
Il treno delle ore 6,45 porta fantasmi nei suoi vagoni. Le donne e le ragazze si truccano durante il viaggio, il primo raggio di sole le coglie impreparate con visi pallidi e occhiaie viola pronunciate. Gli uomini russano con la bocca aperta, dopo un po’ aprono il giornale.
Il mondo si risveglia a metà strada, non per l’accendersi dell’orologio biologico che dice “è ora” ma perché altre persone sono salite sul treno e ti stanno per saltare in braccio e, se ti va peggio, ormai sei incastrato tra lo zaino ingombrante del ragazzo liceale e il finestrino umido di condensa.
Una volta arrivati, il gregge cammina sulle banchine. Usciti dalla stazione, sotto l’ago dell’operosità milanese, si corre.

Si va, si fa, si disfa, si torna.

Al ritorno è un classico perdere il treno per 4 minuti e aspettare il successivo per 40. Finalmente si sale, il sonno chiama, ma di fronte c’è il compagno di scuola di 10 anni fa che vuole raccontare i suoi ultimi 5 anni di vita con dovizia di dettagli.
Ti ha impedito di dormire però, almeno stasera, la fermata della discesa è quella giusta.