Chi sei? Racconta qualcosa di te.

Recentemente ho fatto molte interviste, ho parlato con persone che non conoscevo, ho rotto il ghiaccio offline per poi parlare più liberamente durante le registrazioni. Fortunatamente, stare dall’altra parte del microfono, più precisamente dello schermo, mi ha permesso di non dovere rispondere alle stesse domande che ponevo.
Una persona è molte cose, raccontare “chi siamo” potrebbe impiegare tante ore. Ogni volta che qualcuno chiede “chi sei” devi saper descrivere velocemente una faccia complicata del dado del tuo essere, non una faccia uscita a caso ma quella più interessante in quel momento. E sperare che le altre facce vengano colte in uno scorcio di luce, o magari che qualche faccia si nasconda dietro le altre, per piacere ai più e piacere di più.
Quale sarà la faccia più interessante del nostro dado?
Quella comune, che mostriamo a tutti, la faccia “carta d’identità” è certamente la più gettonata. Ciao, sono Chiara Ripamonti, ho 29 anni e vengo da bla bla ba, ho studiato bla bla bla, ho lavorato bla bla. Da qui, passare alla faccia “curriculum vitae” è un passo di pochi secondi. Una storia che ci ha reso quello che siamo ma che risente del freddo dei diplomi, dei premi, dei soldi guadagnati e persi, delle scartoffie e delle fatiche. La faccia “hobby” è più divertente: lo sport, i giochi, le letture, la musica fanno da sottofondo in modo trasversale nella nostra vita da dado, potrebbero dare un assaggio più corretto, al di là della strada presa. Di fronte all’argomento in questione urge dare la propria opinione, mostrando la faccia “ufficiale”, quella per la quale i tuoi amici ti prenderanno per i fondelli perché inevitabilmente la confronteranno con la faccia da pirla che hai il sabato sera al bar.
E se penso alle rockstar, agli attori, ai politici: e voi, quante facce avete sul vostro dado? E di me, quale faccia del dado si mostra?
Vorrei dare una scossa a tutti i dadi per vedere, a caso, che numero salta fuori.

Quelli che… Fare per Fermare il Declino

E questi sono quelli con cui hai a che Fare, quando sei in Fare con un incarico microscopico che decadrà tra pochi giorni.

Quelli che “Chiara, io voglio votare un presidente di Fare per la mia mini provincia, non per tutta l’Europa e mi incazzo” oh yeah

Quelli che “Chiara, secondo te mi devo candidare?” oh yeah

Quelli che “Chiara è solo una ragazzina” e se mi dai della ragazzina io me la tiro oh yeah

Quelli che “Chiara ho sognato di essermi tesserato ma non risulta da nessuna parte” – c’è un disturbo nella telepatia, me ne occupo io, oh yeah

Quelli che “Chiara, il weekend del congresso sono a sposarmi a Las Vegas” e auguri allora, oh yeah

Quelli che “Chiara, io mi candido per una carica che non esiste” grazie per il tuo impegno, oh yeah

Quelli che “Chiara, mi sono candidato una settimana dopo la scadenza, faccio in tempo?” no, io odio i ritardatari oh yeah

Quelli che “Chiara, puoi passarmi i database degli iscritti a Fare?” a cui non ho accesso e che è vietato diffondere oh yeah

Quelli che “Chiara, se vuoi che io mi candidi mi devi pregare perché sono il potenziale candidato più figo” oh yeah

Quelli che “Chiara, io non leggo le tue email e voglio che tu mi ridica tutto a me e solo a me” oh yeah

Quelli che “Chiara, io non ho capito” oh yeah

Quelli che “Chiara, perché non mi hai contattato prima?” Perché non hai lasciato la tua email, pirla! oh yeah

Quelli che “Chiara, si può spostare l’orario del congresso?” No. Oh yeah

Quelli che “Chiara, io ho fuso -8, io -6, io – 5, io +10, trova un orario che vada bene per tutti” oh yeah

Quelli che “Chiara, perché non mi dici cosa hai pensato per i residenti all’estero, ma io voglio che pensi quello che voglio io” oh yeah

Quelli che “Chiara, io voglio essere automaticamente eletto capo del mondo” oh yeah

Quelli che “Chiara, hai visto quanto sono figo?” … oh yeah

Quelli che “Chiara ti scrivo su facebook, su google+ e nell’email, rispondimi dappertutto” e anche con le stesse parole, oh yeah

Quelli che “Chiara, digli che devono sparire dalla faccia della terra” oh yeah

Quelli che “Chiara, come faccio a votare?” riceverai una email “con scritto cosa?” oh yeah

Quelli che “Chiara mi ha mandato una email incazzata nera e abbiamo capito tutti che aveva le sue cose” oh yeah

Quelli che “Chiara, facciamo la prova di Google Hangout la domenica” oh yeah

Quelli che “Chiara, tienimi presente perché voglio aiutare. E vedi quanto sono figo?” oh yeah

Quelli che “Chiara, spostiamo la data del congresso e tiriamo in lungo ancora un paio di mesi” oh yeah

Quelli che “Chiara, perché non posso votare i candidati del paese in cui è nato mio nonno?” oh yeah

Fare per Fermare il Declino, uno spezzone della realtà umana.
Non credo che gli altri siano meglio, affatto. Ma d’altra parte, se così non fosse, non sarebbe così divertente averci a che Fare.

Il valore dell’offrirsi vs il valore dell’offerta

Per la prima volta ho male alla mano sinistra. Un male muscolare, che dal polso si irradia alla mano. L’ho chiamato male copia-incolla, perché appunto m’è venuto stamattina dopo un pomeriggio, una serata, una notte e una mattina a fare dei ctrl+c/ctrl+v/Canc. Perché?
A me Excel piace. Solo che quando hai un database di 30.000 contatti email che non viene “pulito”, nella migliore delle ipotesi da un paio d’anni, poi si fa presto a dire “eh ma mi tornano indietro migliaia di email non più attive.” Ma và?
Ed io, che detesto queste cose, perché un database di contatti vecchi è spazzatura, ieri mi sono offerta di pulire tutto in tempi record, perché questi contatti servivano a posto oggi alle 12.00.

Qualche settimana fa, partecipo alla prima riunione del kindergarten del piccolo crucco mio. Tra argomenti e discussioni (vogliamo i pannolini Pampers o i pannolini DM? Questi i temi più toccanti.) passiamo a cercare i malcapitati che organizzeranno la Sommerfest dell’associazione che gestisce due asili. Mi sono offerta. E con me una mamma francese, per completare quello che è stato definito un team “latino”. Siamo già impegnate in uno scambio di email complicatissime, in francese questa volta, perché sia io che lei ci comprendiamo meglio così.

Recentemente mi sono offerta di fare “qualcosa”, non sapevo bene cosa, per un partito politico. Per la prima volta, dopo anni passati a giudicare la politica una cosa per gente che con me non ha niente a che spartire, sinonimo di tutti gli aggettivi negativi che possano sfiorare la memoria linguistica dell’uomo, mi sono ricreduta e ho pensato bene di offrirmi per “Fare”. Gioco di parole, anche perchè il partito proprio “Fare” è stato nominato, in un attacco di voglia di fare di un copy impazzito che poi ha proseguito infelicemente la metafora definendo gli aderenti al partito “Fattivi”. Mi sono offerta per Fare la Fattiva. Solo perché mi è capitato di conoscere gente sana, dei fattori fattivi in buona fede, esponenti di quella razza umana buona, efficiente e intelligente in via di estinzione. Ecco, io pensavo che fossero tutti così e qualcuno mi avrebbe dovuto offrire una sveglia.

Queste tre esperienze mi hanno portato a considerare se ne valga la pena, se il valore dell’offerta di varie iniziative possa rispondere degnamente alla mia volontà di offrirmi. Il risultato è che in un modo o nell’altro mi “offro” da sempre e colgo sempre qualcosa che la situazione e le persone mi offrono. E in fondo, anche se offrirsi sembra proprio il modo giusto per andarsi a cercare i fastidi, è un’offerta che è nelle mie corde.

Ancora per poco, 28. Lo Stato siamo noi??

Leggo spesso su Corriere.it il blog Solferino28, stimolante iniziativa per amplificare la voce dei giovani di oggi e delle loro problematiche legate al lavoro, soprattutto. Ancora per poco ho 28 anni, ne approfitto per scrivere anche la mia voce, la mia testimonianza di giovane, lavoratrice e mamma.

Sono libero professionista, con regolare p.i., faccio fatture e pago le tasse. E, per inciso, devo dare una tonnellata di soldi all’inps calcolati sul reddito (basso) del 2011, entro date stabilite, entro rate stabilite. L’inps in cambio mi da, forse, non siamo ancora sicuri, uno straccio di maternità a partire da luglio (ho partorito a febbraio 2012) e uno straccio di assegno familiare mensile, intorno ai 135 euro/mese, per il quale devo fare domanda dopo il 1 febbraio 2013 (ripeto, ho partorito a febbraio 2012).

E’ stato difficile lo start up della mia attività, mi sono fatta in 4, in 5, in 6 per trovare clienti qui e là, con alle spalle un trasloco da Como a Modena che mi ha costretto a prendere e ricostruire contatti indispensabili per lavorare. Poi la gravidanza, con un bebé che per fortuna ha fatto il bravo nella pancia e mi ha lasciato lavorare. Una settimana di pausa ammetto di essermela presa, a sorpresa, 7 giorni esatti di vacanza a partire dalla notte in cui mi si sono rotte le acque.

Ora sono 4 mesi che lavoro con il bambino in braccio, che fa i ruttini mentre sono al telefono, che dorme sulle gambe incrociate mentre scrivo l’ennesima notizia, mentre cerco di rispondere a una email un po’ più lunga, e la sera lancio il bebé a papà suo e mi dedico al lavoro fino a notte fonda.

Qualcuno mi diceva l’altro giorno che “lo Stato siamo noi”, ma di sicuro lo Stato non sono io, non mi rappresenta, non mi agevola, non mi aiuta, non gestisce con intelligenza la propria “azienda-stato” e poi chiede a me di risolvere i suoi problemi versando soldi che chissà dove andranno a finire e forse proprio non lo sa nessuno.

Comunque questo vuol dire che non ho capito niente di niente, dovevo fare l’impiegata statale, farmi la maternità, avere il culo parato da un sindacato ed essere sicura di essere stipendiata dal popolo italiano. Perché, eh già, “lo Stato siamo noi”.