Il vero Svevo si complica la vita

Mi stanno succedendo un bel po’ di cose, ma allo stesso tempo ci sono persone che stanno vivendo momenti ben più faticosi delle mie banalità lavorative / sociali, quindi è per questi eroi di pazienza e di coraggio che racconto questa storia particolarmente ridicola di regole sociali non scritte della zona più tirchia della tirchia Germania.

Parlavo con amici di regali e di quanto ammonterebbe la busta con i soldi socialmente corretta in occasione di un matrimonio o di un funerale (scopro ora che si imbucano o consegnano carte di condoglianze contenenti denaro).

Vi spiego con un esempio come funziona, se riuscite a seguirmi perché il vero Svevo si complica la vita.
Poniamo che Gloria e Gustavo si siano sposati 20 anni fa. Avevano la lista nozze e alcuni hanno regalato delle buste con i soldi. Gloria e Gustavo stampano la lista nozze e riportano quanto ciascuno ha speso, buste comprese, in quella occasione. Mettiamo che il figlio dello zio Peppino, che chiameremo cugino Erminio, si sposi il mese prossimo: quanti soldi mettere nella busta, si chiede il vero Svevo, che smania dalla voglia di complicarsi la vita? Va a recuperare la lista del suo matrimonio di 20 anni fa e controlla quanto lo zio Peppino aveva pagato per il matrimonio (al tempo cugino Erminio era un bimbo). XX marchi tedeschi? Benissimo, allora si cambia in Euro, poi si fa una valutazione sul potere d’acquisto per stabilire la cifra, in valore attuale, spesa quella volta da zio Peppino. Mettiamo che da questo calcolo venga fuori circa 50 euro, che sono il punto di partenza.
Adesso il vero Svevo ipotizza quanto spenderà il cugino Erminio a testa per il pranzo nuziale, magari cercando su Google il ristorante in questione: stimiamo 40 euro a testa, quindi per Gloria e Gustavo, entrambi invitati, 40 x 2 = 80 euro. A questo punto abbiamo 2 indizi: dobbiamo avere una cifra = o > di € 50 che deve anche essere > € 80 , perché se gli diamo i soldi solo per pagare il pranzo non rimane niente di regalo.
Tra i 90 e i 100 euro risulta in questo caso la cifra socialmente accettata da dare per il matrimonio del cugino Erminio.

La stessa cosa succede con i funerali, su cifre più piccole ma su un lavoro di registrazione più complesso. Quando è mancato il padre di Gustavo, 10 anni fa, già con l’Euro, la madre ha preso tutte le carte di condoglianze e ha listato chi ha offerto e quanto (dal panettiere al compagno d’infanzia), di modo che se e quando mancherà il padre del panettiere o il parente del compagno d’infanzia, potranno andare a verificare gli importi e regolarsi per donare a propria volta. Sarà quindi una cifra uguale o maggiore a quanto donato da inserire nella busta. Mi dicono che le cifre in queste occasioni vanno da € 5 ai € 20.

Mi avvisano inoltre che è frequente anche la stima di quanto avrà speso per il regalo di compleanno per un bambino, in modo da avere un riferimento per ricambiare.

Adesso che vi ho informati, ve lo dico: sono 4 anni che sbaglio tutto. Non ho idea di Chi abbia regalato Cosa (per non dire Quanto) per il mio matrimonio 2 anni fa. Non ho idea di Chi abbia regalato Cosa (e Quanto abbia speso) per i regali di compleanno dei Nani. Certo, è capitato di dovere fare dei regali, ma non ho mai conteggiato niente. Perché noi (italiani? emigrati? pigri? anime semplici?) i regali li facciamo col cuore, non con la calcolatrice.

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Immagine dal web su http://www.spreadshirt.it

 

L’Economia della Nonna

Ci sono nonne che insegnano a fare i tortellini ma entrambe le mie nonne mi hanno insegnato – a loro modo- l’economia.
La Nonna da parte di mamma ha insegnato l’onestà ferrea: qualsiasi cosa onesta va bene. Ma anche l’economia domestica: bisogna risparmiare soprattutto il tempo. La casa in ordine viene dopo il lavoro e solo se si ha tempo. Se si hanno gli ingredienti è meglio, ma si può cucinare anche con poco. Nel tanto, ci sta il tanto e ci sta il poco, al massimo se avanza lo congeli. La generosità è ottima, ma non deve saperlo nessuno.

La Nonna di parte di papà continua ancora oggi a stupirmi per i suoi insegnamenti. Ha 80 anni e da soli 7 anni ha abbandonato il negozio di abbigliamento-merceria in cui ha lavorato per tutta la vita.
Uno dei punti cardine dell’educazione economica della Nonna commerciante (Tsipras ascolta!) è che non si fanno i POUF. I POUF sono i debiti, culmine della vergogna, appena un gradino sotto il rubare.
Per questione d’onore, onestà e integrità, ma i POUF non sono concessi neanche per rivendere: Pochèti, tochèti ha sentenziato la Nonna quando spiegava alla nipotina delle scuole elementari il ruolo del fornitore e del magazzino. Come mi ha poi chiarito, è meglio che la roba in magazzino sia poca, ma acquistata e pagata, cioè tua, piuttosto che comprata con l’illusione di venderla tutta e magari guadagnarci. Perché vendere non è automatico né certo.
Da quando ho cominciato a lavorare, la Nonna è scandalizzata perché ritardo spesso e volentieri l’emissione delle fatture e soprattutto perché, secondo lei, chiedo un compenso troppo basso. Un altro degli insegnamenti della Nonna infatti è chiedi un po’ più del giusto, che se il cliente è disposto a pagare ti va bene e se invece vuole uno sconto glielo puoi fare contando comunque su del guadagno. Pur condividendo in linea di principio, non la ascolto, perché – sono infantile in questo – chiedere soldi mi mette un po’ in imbarazzo. Ma la Nonna, si spinge anche più in là: cliente rompiscatole con soldi = il prezzo raddoppia. Ha ragione e ha sempre avuto una gran faccia di tolla, io testimone.
Infine, la Nonna commerciante mi ha fornito il primo esempio di efficacia della comunicazione di marketing e del ruolo di opinion leader. Il marketing: porti in negozio la nipotina, sulla quale hai sviluppato una storia diffusa nella città, e i clienti entrano per curiosità e poi acquistano. In mancanza della mascotte fisica, aggiorni le gigantografie fotografie dietro alla cassa, per fornire nuove storie, racconti, chiacchiere e propinare, con un po’ di fortuna, una vestaglietta o un reggiseno in più. L’opinion leader è in grado di sostenere la tesi della gonna che si porta aderente “si porta così, non le segue le sfilate?” e il giorno successivo quella della gonna, la stessa, che si porta “blousante”, larga “si porta così, non le segue le sfilate?”. Molto credente, la Nonna mi ha specificato che non si tratta di bugie, ma che sono astuzie del mestiere, gliel’ha confermato anche il suo parroco.

Come si fa

“Ma come fai a lavorare con due figli?” Me lo chiedono in tanti, in troppi.
Proseguendo di solito con la frase che detesto “Ah, lavori da casa? Ah, allora è diverso, ti puoi organizzare…” Ah, allora è diverso? In cosa è diverso? Che anziché finire dopo le 8 ore io semplicemente non finisco? O stai insinuando che posso anche non fare un tubo per una giornata intera, tanto mi organizzo? Com’è facile urtare una freelance.

Che poi, io credo di “organizzarmi” un po’ come fanno tutte. Il “Come si fa” in teoria è facile: ho avuto sotto gli occhi tutta la vita due liberi professionisti, mi hanno cresciuta un po’ strana ed eccomi qui.
Il “Come si  fa” in pratica funziona così: ci sono cose da fare ogni giorno, come in qualunque lavoro. Io faccio LaLista, cioè elenco le cose da fare nella mia agenda e mano a mano che le termino barro la dicitura corrispondente. Se nella giornata non termino l’elenco, riporto le voci nel giorno successivo. Oppure le organizzo la domenica sera già su diversi giorni.

In ogni pagina dell’agenda ci sono quindi le cose da fare di lavoro (titoli testi da scrivere, telefonate con nome destinatario, email con argomento, traduzioni con argomento),  le cose da fare che c’entrano con il lavoro e che di solito vengono rimandate (la contabilità, le fatture, telefonare al commercialista).
Poi trovano spazio gli appuntamenti: Nano pediatra ore 11.00 vaccinazione; Nana pediatra h. 14.30 U6; Ginecologa ore 8.30. Una collocazione specifica, in alto vicino al numero, è dedicata ai viaggi (Lui Torino partenza, Lui Torino rientro ore 22.00) oppure agli arrivi (Nonni Imbruttiti arrivano telefonare ai Greci, Nonno F. prenotazione camera). In fondo alla lista di solito ci sono i miei appuntamenti privati, come gli allenamenti o i caffé con le amiche, perché sì, ogni tanto mi regalo anche questo.
Ma non è tutto: con poco tempo a disposizione è necessario segnare in lista, e quindi decidere quale momento dedicarvi, anche normali quotidianità quali la spesa con lista su post-it allegata, il DM (per chi non è in Germania, articoli per bambini e beauty), auto cambio gomme, posta, lavatrice, doccia.

Sì, perché io, come tutte le altre mamme, parlo della doccia come la gente parla delle ferie. Ora sono le 21.30 di domenica sera, Lui mi ha appena detto “(stamattina alle 9) non volevi fare la doccia? Falla!!” Ha ragione, ne approfitto. E buon inizio settimana a tutti, anche alle vostre agende.

Lavorare e giocare si può. Basta non confondere le risposte al telefono.

Lavorare e giocare si può. Basta non confondere le risposte al telefono.

Ancora per poco, 28. Lo Stato siamo noi??

Leggo spesso su Corriere.it il blog Solferino28, stimolante iniziativa per amplificare la voce dei giovani di oggi e delle loro problematiche legate al lavoro, soprattutto. Ancora per poco ho 28 anni, ne approfitto per scrivere anche la mia voce, la mia testimonianza di giovane, lavoratrice e mamma.

Sono libero professionista, con regolare p.i., faccio fatture e pago le tasse. E, per inciso, devo dare una tonnellata di soldi all’inps calcolati sul reddito (basso) del 2011, entro date stabilite, entro rate stabilite. L’inps in cambio mi da, forse, non siamo ancora sicuri, uno straccio di maternità a partire da luglio (ho partorito a febbraio 2012) e uno straccio di assegno familiare mensile, intorno ai 135 euro/mese, per il quale devo fare domanda dopo il 1 febbraio 2013 (ripeto, ho partorito a febbraio 2012).

E’ stato difficile lo start up della mia attività, mi sono fatta in 4, in 5, in 6 per trovare clienti qui e là, con alle spalle un trasloco da Como a Modena che mi ha costretto a prendere e ricostruire contatti indispensabili per lavorare. Poi la gravidanza, con un bebé che per fortuna ha fatto il bravo nella pancia e mi ha lasciato lavorare. Una settimana di pausa ammetto di essermela presa, a sorpresa, 7 giorni esatti di vacanza a partire dalla notte in cui mi si sono rotte le acque.

Ora sono 4 mesi che lavoro con il bambino in braccio, che fa i ruttini mentre sono al telefono, che dorme sulle gambe incrociate mentre scrivo l’ennesima notizia, mentre cerco di rispondere a una email un po’ più lunga, e la sera lancio il bebé a papà suo e mi dedico al lavoro fino a notte fonda.

Qualcuno mi diceva l’altro giorno che “lo Stato siamo noi”, ma di sicuro lo Stato non sono io, non mi rappresenta, non mi agevola, non mi aiuta, non gestisce con intelligenza la propria “azienda-stato” e poi chiede a me di risolvere i suoi problemi versando soldi che chissà dove andranno a finire e forse proprio non lo sa nessuno.

Comunque questo vuol dire che non ho capito niente di niente, dovevo fare l’impiegata statale, farmi la maternità, avere il culo parato da un sindacato ed essere sicura di essere stipendiata dal popolo italiano. Perché, eh già, “lo Stato siamo noi”.