Mondiali, dall’altro lato

 

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E dopo l’Italia che in Russia non ci ha proprio messo piede, anche la Germania termina il suo Mondiale 2018.

Ha senso quindi scrivere oggi al passato, guardando le scorse settimane e raccontando cosa è stato per noi, con un figlio nel Bambini-fussball dell’emerita Spvgg Warmbronn che a questo torneo ci teneva proprio.

Abbiamo cominciato con l’Italia che non avrebbe partecipato. Nano non l’ha detto ma ho visto sul suo viso un certo sollievo quando mi ha risposto “non importa, tengo alla Deutschland”. Non sentirsi diviso tra due nazioni, per una volta, sul calcio soprattutto. Un conto è indossare la maglietta del Milan per andare a fare gli allenamenti, un altro è la realtà dei fatti, cioè che canta i cori da stadio a favore della Vfb Stuttgart e che conosce quasi tutte le squadre e i giocatori della Bundesliga ma della Serie A esiste solo il Milan (e l’Inter che è il male).

Ha visto la prima partita della Germania, persa. Ha visto una parte della seconda partita ed era tutto contento. “Mamma, perché tutti hanno la maglietta e io no?” Stavo pensando di comprargliela. Per la giornata di ieri, un intero weekend a chiedere “possiamo andarla a vedere con tutte le persone?” e con un vago sentore che fosse un’occasione da non perdere, ho organizzato tutto per accontentarlo.

Nana è andata da un amico a giocare, io e i due maschietti siamo saliti in bicicletta sopra la collina dove l’associazione locale (stile ProLoco) ha organizzato la visione comunitaria della partita.
Descrizione oggettiva, ma anche un po’ divertita: che pena! Niente schermo gigante, ma un proiettore low cost e un piccolo telo bianco, il tutto sotto una struttura di pali e corde e stoffa nera che facesse un po’ di ombra, perché sotto il tendone (un po’ piccolo) a righe gialle e bianche, c’era troppa luce per vedere. Le immagini diventavano nitide solo quando una nuvola pietosa offuscava il sole all’esterno. L’ho già detto che questa zona è nota per la tirchieria?

Ancora peggio, la tifoseria. A parte dipingersi le bandiere sulle guance (sì, anche i miei figli), il pensiero era rivolto principalmente a birre e hot dog. Agli inni nessuno canta, ma bevono e chiacchierano. Sussurro al mio Nano grande “se fossimo in Italia, sarebbe volato via il tendone dal coro che si sarebbe alzato”. Poi capisco che per lui è fantascienza quel che sto raccontando, perché non l’ha vissuto, e alla prossima occasione di competizioni internazionali voglio assolutamente portarlo a vedere una partita in un qualunque bar di qualunque paesucolo in Italia. Sono esperienze.

La Germania gioca male, i tifosi tifano male: nessun insulto, lamentela, nessuno dà la colpa all’arbitro, al fato, all’allenatore, a quel calciatore che ha tirato storto. Un po’ di vita, un po’ di colore, niente di niente. Sarei stata pronta a perdonare la parolacce davanti ai bambini in questa occasione.

Al 65°, a metà del secondo tempo, quando finalmente le libagioni cominciavano a fare effetto scarseggiare, l’atmosfera si scalda, parte qualche coro “Fai un gol, fai un gol” quando ormai di gol ne avrebbe dovuti fare 4 o 5 per passare. I vecchi cominciano a lamentarsi del gioco scarso (alla buon’ora), mio figlio che per fortuna non si è mai stancato di vedere la partita si diverte per i cori. Fischio della fine, qualche bambino piange, il mio è dispiaciuto ma si consola subito a cena con un’altra famiglia e nel frattempo sono arrivati la sorella e il papà.

“E adesso tu a cosa tieni, mamma?” Perché alla fine è qui che un bambino arriva, di quale squadra siamo noi e chi sono i nostri avversari.

Non lo so, non alla Svizzera però.

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School and creeps

Tomorrow we will be at The appointment, the very first at school for the official registration in first class. It should be easy enough for the average person. My son will have no problems at all, I am sure.

About us, I am not completely positive.

I don’t feel sure for the language: how easy is it to label someone just because the talk is not perfect? And it could damage my child even before he puts a step in a classroom if his mum mistakes all the fuckin’ der die das. This child is gifted, they will say, despite such a family.

I don’t feel that my husband and I are less educated than any of the teachers. At all. But – as the amazing blogger Nicla defines it – the immigrant’s headache will play against us.
Let’s face it, we think a little more and we speak a little less, we seem slow, less funny, less clever, and less spontaneous.

Starting tomorrow with this appointment, I start school with him, again.
I have been a pupil, I have been a teacher,  I’am about to be the mother of a schoolboy. Creeps.

 

40 volte Lui

40. Dagli -enti, agli -enta, agli -anta, diritti puntati verso i (c)-ento.

Lui ha compiuto 40 anni, nella mia emozione e nella sua disperazione. E’ durata una settimana lavorativa, dal lunedì al venerdì, perché poi venerdì sera è arrivato il mio regalo.

Non avevano fiocco né pacchetto, ma tre suoi cari amici hanno accettato la mia proposta di venire da noi per il weekend, nel segreto totale. Nessuno dei Nani è stato messo a conoscenza del segreto, il suocero distratto è stato tenuto all’oscuro. La sorpresa è stata riuscitissima.

E anche io, che due dei tre li avevo visti forse due volte, sono stata felicissima di avere in queste persone così piene d’affetto, tre ragazzi diventati uomini che apprezzavano Lui ben prima che diventasse Lui: prima di essere ingegnere, prima di essere padre di tre figli, prima di essere il compagno di qualcuno.

Ora ho dieci anni per pensare alla prossima sorpresa. Tanti auguri!

 

Febbraio, dieci anni fa

Dieci anni fa, a febbraio, con una grande risata e indossando delle calze a righe fucsia e nere, si chiudeva ufficialmente la mia vita da studentessa. Avevo accanto amici, parenti, avevo portato a casa il ciò che volevo sia in termini di competenze sia in termini di risultati.

Ed fu così che, 24 ore dopo quel giorno di febbraio, mi svegliai adulta, disoccupata e decisamente preoccupata. Avrei potuto prendere non dico il famoso gap year ma almeno la gap week, invece ricordo proprio il risveglio, andare in ufficio con mio padre, accendere il computer e dirmi “ok, adesso da dove comincio?”.

Cominciai come tutti, da monster, trovalavoro, cercalavoro, pescalavoro e dal sito dell’università. Nei cinque giorni successivi andai a due eventi di recruiting di massa, il mio curriculum venne messo tra i primi della pila solo per il voto di laurea, l’unica cosa che il selezionatore evidenziava. Mi sembrò ingiusto. Sempre in quei cinque giorni mi presentai a tre colloqui, due impieghi non retribuiti e uno retribuito poco. Quello poco retribuito sarebbe stato interessante, ma guadagnai il secondo posto sul podio, perché giustamente la mia rivale finale aveva esperienza.

Una settimana dopo la laurea ero in crisi perché mai e poi mai mi avrebbero preso da qualche parte, dieci giorni dopo accettai un impiego come “facilitatore”, in pratica dovevo convincere i passanti nei supermercati a compilare Rid bancarie per questa o quell’altra charity. Non imparai nulla che non sapessi già fare e rimasi lì solo per una settimana perché il venerdì mattina di quella prima in assoluto settimana di lavoro mi chiamò una signora con la voce troppo potente per il telefonino: mi offriva un impiego come insegnante di inglese e francese in una scuola media, inizio il lunedì successivo. Non mi aveva chiesto né il curriculum, né se avessi esperienza di insegnamento: dieci anni fa a febbraio uscii dalla scuola dalla porta e ci rientrai dalla finestra.

Dieci anni fa a febbraio mio fratello prendeva la sua prima pagella del primo quadrimestre di prima elementare. Lui cominciava e io avevo finito e pur essendo tornata nel mondo della scuola dall’altra parte della cattedra scoprii che non faceva per me. Era proprio il sistema scuola che mi stava stretto.

Sei mesi dopo, con una parentesi di due mesi estivi a Malta, mi accettavano nel posto più improbabile e sulla carta meno adatto al mio profilo. Però di questo ne parleremo a settembre.

Anno pari senza carrozzina

Ci prepariamo a un inedito anno pari, in primo negli ultimi 6 anni, in cui non tireremo fuori dalla cantina la carrozzina. Tutti i vestiti da neonato sono stati venduti e regalati, il 2018 ci vedrà marciare per le nostre e per le loro strade, facendoci forza come squadra e lasciando che i tre aggrediscano le loro salite, tirandoli per mano quando c’è bisogno e offrendo i bastoncini, ma anche le spalle per piccoli tratti.

Io e Lui siamo pronti, credo, ad affrontare per la terza volta i terrible two, e nel contempo a gestire i terrible four e i terrible six. Non so neanche io se avremo più bisogno di molto alcool o di un frusta.

Lunedì Nana e la sua migliore amica hanno indossato 20 collane e 10 bracciali ciascuna e poi sono andate al lavoro alla Porsche, dove hanno riparato una Porsche blu facendola diventare una Porsche viola e rosa. Questo è lo spirito per il nuovo anno, girls.

Nano è pronto per la sua nuova avventura, l’inizio della scuola, quella vera coi quaderni, le penne e i banchi. Lo dicono gli educatori, lo dicono i mille requisiti esplicitati dalla scuola, con l’ultimo treno me ne sono resa conto anche io. Mi impegnerò tantissimo, come se fossi lì con te in classe. Anzi, forse è meglio di no, che ti faccio fare degli errori.

Nel 2018 torno col mio lavoro, ne aggiungo altro, riprendo in mano l’attività full time e riempirò l’agenda, berrò tanto tè e tisane, viaggerò. Camminerò col passo svelto di adrenalina da scadenza e farò un briefing con me stessa mentre torno dall’asilo la mattina presto, prima di cominciare.

A Lui prometto di preparare la cena, di avere del cibo in casa senza recuperare gli avanzi congelati di capodanno, di impegnarmi contro la mia natura per sistemare la casa quanto posso e quando riesco.
Continuerò ad essere simpatica, caro compagno di squadra. Purtroppo, anche per questo nuovo anno, non posso promettere di diventare ordinata.

Gli amici degli Stronzi e altre storie – part 1

Una delle domande che mi vengono poste spesso è “Ma come sono i tedeschi? Ti trovi bene con loro?”In 5 anni a Warmbronn ho parecchi amici, la maggior parte tedeschi, quindi immagino che la risposta sia sì, mi trovo bene. Più divertente però, è parlare delle persone con cui non ho un rapporto di particolare affetto e amicizia, quelle che ho etichettato con accuratezza, per una abitudine un po’ infantile e un po’ stronzetta di affibiare soprannomi appiccicosi e che diventano in breve dei veri e propri nomiecognomi condivisi dalla cerchia privata. Sono persone che, nel bene e nel male, hanno qualche tratto che fa ridere, sono la commedia della nostra vita quotidiana.

La famiglia Stronzi sono stati i primi ad essere stati etichettati, ne avevo parlato anche in passato. Il nome dice tutto. Il rapporto con loro rispetto all’inizio è migliorato, hanno chiuso un occhio sulla nostra italianità e i saluti, gli inviti a cena di gruppo non sono mancati. Questo non toglie che siano Stronzi e che si sappia.

I migliori amici degli Stronzi, sono i Gianda. La famiglia Gianda deve il nome al padre di famiglia, un omone buono, con un vago sorriso e il cappellino con la visiera anni ’90, uno che se lo vedesse mia madre direbbe “grande, grosso e ciula”. Coi Gianda abbiamo un rapporto più frequente poiché il figlio dei Gianda ultimamente vuole andare all’asilo a piedi col Nano nostro, che gianda non è e infatti alla lunga si sta un po’ scocciando di tirarsi dietro questo, che dopo 3 anni ha dei dubbi sulla strada da fare.

La Mamma Scema è una cara amica della signora Stronzi. E’ interessante perché in tempi più recenti ho scoperto che la Mamma Scema è la moglie del Toten Hosen. La Mamma Scema non è da commentare, homen nomen. Il Toten Hosen è un mito inarrivabile, un rocker tedesco stranamente basso con una maglia dell’omonimo gruppo e la risata facile completamente a caso. Entrambi sono di compagnia, peccato che di due non riesci a tirarne fuori uno sano. Sono una coppia meravigliosa.

A proposito di persone perse, come non citare la coppia di genitori “che hanno perso i neuroni in qualche locale“. Sono una new entry in paese e Lui grazie alla mia descrizione non ha esitato un attimo nel riconoscerli. Lei cicciottella, la palpebra calante e i capelli che una volta devono essere stati sul rosato, lui magrolino e con l’occhio vacuo, entrambi fanatici di una squadra di calcio di bassa lega. Ne ho incontrate manciate di coppie così, solo che avevano 20 anni e neanche un figlio, tutte persone buone come questi due, solo con qualcosa di irrecuperabile dimenticato in qualche locale.

Non sono amiche di nessuno e fanno gruppo a parte, Simpatia portami via e la Porcina, perché le due figlie sono amiche del cuore. Simpatia portami via non è da spiegare, la Porcina ha gli occhi troppi vicini in un viso molto paffuto e mi duole dire che la figliuola le somiglia tantissimo e gli stessi tratti maldestri si ritrovano nella nonna.

Fine della prima parte.

La prossima volta mi concenterò un po’ sugli uomini, il politico locale, il Pistola, lo Zombie e soprattutto i veri uomini, i pompieri.

 

Kindergarten, inserimento #2

Due anni fa si parlava dell’inserimento di Nano al Kindergarten (qui e qui), dopo i due anni di kita in un altro paesucolo. Ed ecco che oggi, a due settimane dal passaggio, parlo dell’inserimento al Kindergarten di Nana, dopo due anni passati nello stesso edificio a piano terra, al nest.

Spostarsi da piano terra al piano superiore, raggiungendo il fratello maggiore, sulla carta sembrava un passaggio dolcissimo. Nana era felice, le attività del nest cominciavano a starle un po’ strette. Poi è arrivata la settimana di Schnuppern, in cui è andata con le adorate maestre del Nest a “spiare” il Kindergarten al piano di sopra. Belli i giochi, bello c’è il fratello maggiore, bello che ci sono tante stanze…. ma si è resa conto che le sue amiche del cuore non sarebbero venute con lei. Eh già, perché il passaggio si fa in concomitanza con il compleanno, nel caso di Nana due settimane prima. Katharina, Henriette e Anna arriveranno nei prossimi mesi.

Una fatica immane, ecco cosa è stato. Nana con una tristezza dentro profondissima e una lucidità sorprendente nel guardarsi dentro e spiegare che cosa prova, tristezza, fastidio, antipatia verso certi bambini più esuberanti e gratitudine verso il fratello che per lei, dall’alto dei suoi 5 anni, si è speso molto.

Io quel maestro non lo voglio – Il maestro di riferimento, soprannominato privatamente “lo Zombie”, non è stato di aiuto perché in uno staff di livello buono lui è un povero pirla un po’ poco intuitivo. Intanto i primi giorni pensava che Nana piangesse per il distacco dalla mamma: io, ma anche le maestre del Nest, a dirgli che non era così, che le mancavano le sue amiche, e lui non ci voleva credere. Poi ha deciso che nel pomeriggio era stanca e Nana ci ha pensato da sola a chiarirgli “non sono stanca, sono triste”. Lui non era ancora convinto. Incompresa, scocciata e infastidita, Nana ci ha messo poco a a farlo  passare dalla parte del cattivo, perché “lui non mi lascia andare sotto (al piano terra) dalle mie amiche e dalle mie maestre. Io voglio le mie maestre, non voglio lui.” Ho provato ad insistere, perché non lo vuoi? “Perché è un maschio!” Ma anche il maestro Cedric al Nest è un maschio e ti è sempre piaciuto! “Eh, ma il Cedric era bello!” Con questa ho lasciato perdere, perché sì, ha ragione, anzi ragionissima, il nuovo maestro è proprio brutto.

Ho paura del maestro Alexander!! Il maestro Alexander è un uomo un po’ grosso e un po’ burbero, sull’età, un pezzo di pane. Però, soprattutto coi bambini scalmanati, ci tiene al rispetto delle regole. Ora, al primo primissimo giorno Nana è rimasta scioccata che un bambino sia stato sgridato, con un tono di voce profondo da uomo e non con la voce soave femminile. In più, Alexander ha la barba, anzi, l’ha tagliata qualche giorno fa e Nana era molto divertita.

Quelle non sono le mie amiche. Le mie amiche sono sotto! Quelle non sono le mie maestre, le mie maestre sono sotto! Questo è ancora il punto dolente. Non che non conoscesse nessuno al piano superiore, tutt’altro, conosceva già qualche bambina della sua età e quasi tutti i bambini più grandi, amici del fratello. Ma nel suo dolore per avere perso la compagnia quotidiana delle sue amiche non ha voluto dare una chance a nessuno per una decina di giorni, né ai bambini né agli educatori. Le uniche amicizie che ha accettato sono le amichette di suo fratello, il cui istinto fraterno (o materno?) ha fatto i salti di gioia all’idea di giocare ad avere una sorellina più piccola.

Ormai va meglio, anche se le sue amiche le mancano, tanto, e tentiamo di vederle il più possibile al di fuori della vita scolastica. Le settimane passano e a breve una delle amiche del cuore si sposterà al piano superiore e in autunno arriveranno le altre.

Nel frattempo, i report di Nana danno notizia di nuove amicizie, non forti come le “sue amiche primarie” ma accomunate da uno strano particolare: tre bambine e un bambino che all’asilo non parlano. Per ragioni diverse: una bambina è tedesca e timida oltre misura, il bimbo marocchino capisce il tedesco ma parla solo arabo, la seconda bambina solo greco, la terza bimba non capisce ancora il tedesco e parla solo arabo siriano. Ho fatto qualche domanda a Nana che scocciatissima dalla mia stupidità mi ha risposto “Io parlo e intanto giochiamo insieme. Non parlano perché non hanno la voce!”. Ah, ecco.

Beh, buon Kindergarten piccola mia, coi vecchi e coi nuovi amici, possano sempre riempire di risate e giochi le tue giornate.

Come un lunedì

Chiara come un abc, come un lunedì di vacanza dopo “un anno” di lavoro...
Due settimane di inserimento e oggi anche il Nanetto è partito ufficialmente per la sua strada da scolaretto. Al biforcarsi delle strade, la nuova mia, la nuova sua, quelle già un po’ battute di Nano e di Nana, la strada di Lui, oggi mi voglio fermare. Oggi non imbocco la mia strada a passo di carica, spinta dall’adrenalina e dall’agonismo che mi ha fatto sorpassare i mesi passati.
Oggi mi obbligo a non fare un cazzo.
Oggi, comincio domani.

Perché non ricordo come si sta in casa da sola, perché ho una faccia a metà tra il fantasma e la mummia, domani sono pronta per tutti i piani, le email, i conteggi, i programmi, ma oggi voglio dormire, leggere, bere tisane e sentire canzoni con tante parolacce. Sento già la testa che si ribella e sta formulando cose da fare, tante, quelle urgenti e quelle che mi vengono in mente come i fastidiosi pop up della pubblicità web di un tempo. Il corpo però chiede pietà e poveraccio ha bisogno della sua ripresa.
Domani imbocco la strada che mi sono preparata, organizzo come arricchirla, provo un paio di mesi se funziona e poi eventualmente aggiusto i particolari. Domani, perché ora vado a letto. Buona strada e buon riposo!

Appunti per me stanca

Prendo qualche minuto per aggiornare sui recenti avvenimenti a Warmbronn, direi Warmbronner Chronicles praticamente, ma anche per mettere nero su bianco e rendermi conto più chiaramente dei movimenti cosmici. Insomma, questo post è un appunto per me, stanca.

Sto correndo come una disperata e ieri mattina il Nano ha detto ad un suo amico “la mia mamma cammina più veloce della tua” e non so se questo sia un bene. Il lavoro è inaspettatamente ripartito, ero io quella che un anno fa piagnucolava che non sarebbe mai più riuscita ad entrare nel mondo del lavoro. Ho a che fare con una che si nega al telefono e per email ma mi sono attaccata al suo polpaccio come un cane e non la mollo, infatti ieri, dopo telefonate ipocrito-gentili come mio stile e email varie, mi ha risposto con quello che mi serve e via che si parte.. Martedì sera fino alle 2 di mattina ho tradotto, col risultato che il giorno successivo ero bianca come un fantasma e tutta rinco, anche perché non mi ero ancora ripresa completamente dal weekend.
Il weekend l’abbiamo passato in Italia ven-sab-dom, domenica sera eravamo a casa e lunedì il Nano ha compiuto 5 anni, con tanto di cesto da riempire di piccoli regali per i bambini del suo gruppo all’asilo e a seguire festa pirata dalle 16 alle 18. Sulla festa ci sarebbe bisogno di un discorso a parte perché è stato un successo ma anche un lavoro abnorme (rimando qui per un sintetico prospetto) e sono arrivata al punto di comunicare ufficialmente al Nano di non permettersi di dire che qualcosa non andava bene perché l’avrei fatto volare dalla finestra. Alla faccia del positive parenting. A fronte della festa abbiamo una lista di inviti “riparatori” per chi non è stato invitato (cfr post qui), che si accavallano con la vita da mini-socialite della Nana. Per dire, martedì pomeriggio c’erano già ospiti.
Stamattina sono partita dicendo “devo fare una stampata”, poi ora che ho trovato della carta non dipinta dalla prole, ora che il Nanino mi ha permesso di staccarmi da lui per schiacciare Stampa, sono passati 30 minuti.
Sto litigando con whatsup perché mi hanno chiesto di organizzare una cena di madri dell’asilo nido, perché a me, cosa ho fatto di male? E proprio io che ci impiego minuti a scrivere su whatsup in tedesco e che qualche volta devo usare il vocabolario? Per la cronaca, sembra che quella che mi ha chiesto di organizzare il tutto non venga alla cena: ma allora cosa sollevi iniziative, mettendo di mezzo me, se tu non partecipi?? Grrr.
Domani, con il tradizionale anticipo su tutti i calendari c’è la festa di carnevale e la sera, udite udite che sabato sera da urlo, il Tupperparty.

Wonderwoman però deve ancora cercare la maglia di Superman, rimpicciolire la tuta di Spiderman, sistemare il simbolo di Batman e ritagliare le stelle da mettersi sulla gonna… e Ironman ha chiesto di cucirgli la tasca dei jeans.
La dura vita del supereroe.

Post di fine anno

Se dappertutto si parla di 2016 maledetto, per me è stato un anno difficile per 1/3 e faticoso-gioioso per 2/3.

Dal 2017 chiedo Tempo, l’agenda è pronta, quella con la “pecora” portafortuna.

Tempo di tradurre, di infilarmi i dizionari sottopelle, senza arrivare a farlo tutte le sere e tutte le notti. Magari anche il Tempo, oltre che la Memoria, di fare le fatture, sono l’unica salame di freelance che dimentica di farle.

Tempo per studiare ancora tedesco ed entro Aprile fare un altro test. Il libro è pronto, c’è solo da cominciare.

Tempo per il Nano, tempo per la Nana, tempo per il Nanetto, che abbiano tutti i giorni pantaloni e magliette puliti, anche i musetti e i dentini. Per le mani, lasceremo un po’ correre.

Tempo per Lui, di ascoltarlo e di vedere i suoi film senza addormentarmi, per preparargli qualche volta una cena non scotta e salata al punto giusto, per cambiargli le gomme e spedire le lettere in posta.

E i miei pensieri per il 2017 vanno a tutti gli amici conosciuti nel 2016: forza ragazzi e ragazze, è anche grazie a voi che io oggi, un giorno prima della fine dell’anno, mi sento un po’ più ricca di idee, di ispirazioni, di affetto.