Non verrò al tuo funerale

Non verrò al tuo funerale. Cara amica, sarò l’unica stronza che non sarà al tuo funerale, di fronte a un intero paese che si ricorderà di te, di fronte a tanta gente che ti voleva bene e a cui mancherai. Non posso sopportare il teatrino di lacrime e preghierine fatto sulla pelle della mia amica. Non posso sopportare le condoglianze. Non posso sopportare i colpevoli che raccontano al mondo che è colpa tua. Non posso sopportare e fingere di credere a quello a cui tu stessa non credevi. Non posso sopportare perché io, più stronza di te che la stronza non la facevi mai, non sopporto.

La nostra amicizia non era fatta di cuori, di bacini e bacetti: abbiamo camminato e corso insieme, abbiamo chiacchierato dondolandoci sull’altalena l’ultima volta poco tempo fa, abbiamo giocato tanto da bambine, ci siamo perse per strada e ci siamo ritrovate, abbiamo parlato tanto da adulte ritrovandoci cambiate e contemporaneamente ugualmente affiatate.

Rest in peace, amica mia. Lascia finalmente che le borse pesanti le portino altri, che lo stress a cui eri costantemente sottoposta ti si stacchi dall’anima e vola così, oltre tutti e oltre tutto.

Love, Chicchi.

Advertisements

Il giorno prima del primo giorno

Domani Nano comincia le scuole elementari. Pacca sulla spalla e buona fortuna figlio mio, direte voi. Invece no: nella Germania delle relazioni fredde raccontate da chi qui non è vissuto, il primo giorno di scuola primaria è un momento importantissimo, sentito e celebrato.

Lui e io facciamo fatica a mettercelo in testa e arriviamo al giorno prima del primo giorno con la lista dei materiali completata già da fine Luglio ma con la tradizionale Schultüte piena a metà. I giorni scorsi sono stati pieni di appuntamenti e cambiamenti, dall’inizio dell’Hort ai 2 chilometri di strada (effettivi, non ipotetici) che ha imparato a camminare da solo con gli amici la mattina presto, fino alla riunione genitori di ieri sera.

Nano continua la tradizione di famiglia, sarà in 1a B, come la mamma, il papà e lo zio, se non ricordo male anche i nonni. Domani il programma prevede una cerimonia in chiesa, poi una cerimonia a scuola, poi 45 minuti della prima lezione e poi a casa. Le famiglie al completo, nonni, zii, fratelli, partecipano in massa, mentre noi saremo solo in tre, perfino i fratelli abbiamo deciso di lasciarli al Kindergarten e offrire al primogenito una giornata dedicata. E’ una scelta controcorrente che ha scatenato sguardi sorpresi: “E cosa fate poi? Come passerete la giornata?” Non abbiamo organizzato nulla, perché non ci abbiamo pensato. Dopo essere caduta dal pero, ho deciso che andremo prima a pranzo insieme da qualche parte e poi in un negozio a comprare un Lego commemorativo.

Non solo è un ripiego il pranzo, lo è anche la visita al negozio di giocattoli, perché sarei dovuta andare a comprare il Lego oggi ma ho molto lavoro da sbrigare e mi avvalgo della facoltà di tramutare l’esigenza in attività ludica celebrativa.

Perché adesso, ditemi voi, ricordate il vostro primo giorno di prima elementare? Mia madre c’era, mio padre sostiene di essere stato presente, ricordo che hanno chiamato le classi e ricordo i banchi quadrati e la bambina seduta di fianco a me coi capelli voluminosi, ancora oggi una cara amica. Per quanto i miei genitori dessero una grande importanza alla scuola, non ci sono stati regali, feste, nonni o bisnonni. “Bene,” “brava” e fine.

Adoro festeggiare ma in questo caso trovo il sistema un tantino stressante per tutti, anche per il mio Nano che lo stress lo regge poco. E tutte ‘ste cerimonie collettive, tutto questo sottolineare l’importanza, e chi ha la Schultüte più bella, più ricca, più piena, le foto commemorative singole e di classe. Mi sembra troppo… ma mi riservo di scrivere in dettaglio come è stata la giornata. Sono agitata anche io.

Da una maglietta: Episode II “Kindergarten, DAS WARS. Möge die Schule mit dir sein”.

 

 

Settembre, dieci anni fa

Dieci anni fa a settembre iniziavo a lavorare come responsabile ufficio stampa ed eventi in uno studio di comunicazione specializzato in architettura. Avevo alle spalle una laurea pochi mesi prima, poi un quadrimestre come insegnante delle scuole medie, e infine una estate a Malta come guida per studenti.

Come molti neo laureati, non avevo idea delle possibilità offerte dal mondo del lavoro, l’unica cosa che mi era chiara erano gli ambiti in cui non avrei voluto lavorare. Chiaramente, il primo tra questi era l’architettura. Inoltre, diversamente da tante coetanee, ero dispostissima a spostarmi, perfino ad emigrare, invece il lavoro che mi si proponeva aveva sede a Lecco, a una quindicina di chilometri da casa dei miei genitori. Risposi all’offerta perché il profilo richiesto era coerente col mio, il colloquio fu abbastanza facile e pochi giorni dopo entrai in quell’ufficio con le pareti colorate e tante tante emozioni, positive e negative, che ne coloravano invece l’aria.

Passai la prima settimana a sfogliare riviste di architettura e edilizia, a causa di una disorganizzazione momentanea nelle rassegne stampa che poi scoprii essere cronica. Pensai che fosse una pazzia avere quattro persone che per otto ore sfogliano un monte di riviste, ma ero entusiasta. I primi mesi mi furono assegnate moltissime traduzioni e nel frattempo erano molti i nomi da ricordare tra clienti, fornitori, colleghi, redazioni. Tanta la confusione, concausa di tensioni interne ed esterne, e in tutto questo scoprii che la mia propensione all’ordine mentale poteva essere messa a buon frutto. Tornai quindi alla base della organizzazione personale, comprai l’agenda e la rubrica cartacea, linee guida irrinunciabili che uso ancora oggi.

Come in tutte le esperienze, alcune persone sono state deludenti, altre si sono rivelate delle grandi opportunità e ho imparato un mestiere che, in tutta sincerità, mi viene abbastanza bene.

L’architettura continua a piacermi poco, ma ci sono troppo immersa per non capirne il bello e il brutto. Mi piacciono i progettisti pratici, quelli che costruiscono e disegnano per vivere, per utilizzare, per ricercare risorse materiali e risorse emozionali. Insomma, quelli che sanno cosa stanno facendo e in quale direzione stanno andando. Pollice verso (ma nel mio lavoro ci si ripara dietro una cordiale e fenomenale faccia di tolla), gli architetti che si perdono nei meandri di filosofie inventate da loro stessi e che si misurano l’ego con il righello. Con loro, prima che con i figli, ho allenato la virtù della pazienza.

Sbucata fuori dalla linguistica, mi scopro più propensa a cercare il dettaglio tecnico per capire bene io stessa di cosa sto parlando. E se poi non posso esimermi dal decorarlo di parole di contorno, che ci vuoi fare, il mio lavoro in fondo è questo.

Mondiali, dall’altro lato

 

wm-2018-suedkorea-deutschland-112_v-img__16__9__xl_-d31c35f8186ebeb80b0cd843a7c267a0e0c81647

E dopo l’Italia che in Russia non ci ha proprio messo piede, anche la Germania termina il suo Mondiale 2018.

Ha senso quindi scrivere oggi al passato, guardando le scorse settimane e raccontando cosa è stato per noi, con un figlio nel Bambini-fussball dell’emerita Spvgg Warmbronn che a questo torneo ci teneva proprio.

Abbiamo cominciato con l’Italia che non avrebbe partecipato. Nano non l’ha detto ma ho visto sul suo viso un certo sollievo quando mi ha risposto “non importa, tengo alla Deutschland”. Non sentirsi diviso tra due nazioni, per una volta, sul calcio soprattutto. Un conto è indossare la maglietta del Milan per andare a fare gli allenamenti, un altro è la realtà dei fatti, cioè che canta i cori da stadio a favore della Vfb Stuttgart e che conosce quasi tutte le squadre e i giocatori della Bundesliga ma della Serie A esiste solo il Milan (e l’Inter che è il male).

Ha visto la prima partita della Germania, persa. Ha visto una parte della seconda partita ed era tutto contento. “Mamma, perché tutti hanno la maglietta e io no?” Stavo pensando di comprargliela. Per la giornata di ieri, un intero weekend a chiedere “possiamo andarla a vedere con tutte le persone?” e con un vago sentore che fosse un’occasione da non perdere, ho organizzato tutto per accontentarlo.

Nana è andata da un amico a giocare, io e i due maschietti siamo saliti in bicicletta sopra la collina dove l’associazione locale (stile ProLoco) ha organizzato la visione comunitaria della partita.
Descrizione oggettiva, ma anche un po’ divertita: che pena! Niente schermo gigante, ma un proiettore low cost e un piccolo telo bianco, il tutto sotto una struttura di pali e corde e stoffa nera che facesse un po’ di ombra, perché sotto il tendone (un po’ piccolo) a righe gialle e bianche, c’era troppa luce per vedere. Le immagini diventavano nitide solo quando una nuvola pietosa offuscava il sole all’esterno. L’ho già detto che questa zona è nota per la tirchieria?

Ancora peggio, la tifoseria. A parte dipingersi le bandiere sulle guance (sì, anche i miei figli), il pensiero era rivolto principalmente a birre e hot dog. Agli inni nessuno canta, ma bevono e chiacchierano. Sussurro al mio Nano grande “se fossimo in Italia, sarebbe volato via il tendone dal coro che si sarebbe alzato”. Poi capisco che per lui è fantascienza quel che sto raccontando, perché non l’ha vissuto, e alla prossima occasione di competizioni internazionali voglio assolutamente portarlo a vedere una partita in un qualunque bar di qualunque paesucolo in Italia. Sono esperienze.

La Germania gioca male, i tifosi tifano male: nessun insulto, lamentela, nessuno dà la colpa all’arbitro, al fato, all’allenatore, a quel calciatore che ha tirato storto. Un po’ di vita, un po’ di colore, niente di niente. Sarei stata pronta a perdonare la parolacce davanti ai bambini in questa occasione.

Al 65°, a metà del secondo tempo, quando finalmente le libagioni cominciavano a fare effetto scarseggiare, l’atmosfera si scalda, parte qualche coro “Fai un gol, fai un gol” quando ormai di gol ne avrebbe dovuti fare 4 o 5 per passare. I vecchi cominciano a lamentarsi del gioco scarso (alla buon’ora), mio figlio che per fortuna non si è mai stancato di vedere la partita si diverte per i cori. Fischio della fine, qualche bambino piange, il mio è dispiaciuto ma si consola subito a cena con un’altra famiglia e nel frattempo sono arrivati la sorella e il papà.

“E adesso tu a cosa tieni, mamma?” Perché alla fine è qui che un bambino arriva, di quale squadra siamo noi e chi sono i nostri avversari.

Non lo so, non alla Svizzera però.

School and creeps

Tomorrow we will be at The appointment, the very first at school for the official registration in first class. It should be easy enough for the average person. My son will have no problems at all, I am sure.

About us, I am not completely positive.

I don’t feel sure for the language: how easy is it to label someone just because the talk is not perfect? And it could damage my child even before he puts a step in a classroom if his mum mistakes all the fuckin’ der die das. This child is gifted, they will say, despite such a family.

I don’t feel that my husband and I are less educated than any of the teachers. At all. But – as the amazing blogger Nicla defines it – the immigrant’s headache will play against us.
Let’s face it, we think a little more and we speak a little less, we seem slow, less funny, less clever, and less spontaneous.

Starting tomorrow with this appointment, I start school with him, again.
I have been a pupil, I have been a teacher,  I’am about to be the mother of a schoolboy. Creeps.

 

40 volte Lui

40. Dagli -enti, agli -enta, agli -anta, diritti puntati verso i (c)-ento.

Lui ha compiuto 40 anni, nella mia emozione e nella sua disperazione. E’ durata una settimana lavorativa, dal lunedì al venerdì, perché poi venerdì sera è arrivato il mio regalo.

Non avevano fiocco né pacchetto, ma tre suoi cari amici hanno accettato la mia proposta di venire da noi per il weekend, nel segreto totale. Nessuno dei Nani è stato messo a conoscenza del segreto, il suocero distratto è stato tenuto all’oscuro. La sorpresa è stata riuscitissima.

E anche io, che due dei tre li avevo visti forse due volte, sono stata felicissima di avere in queste persone così piene d’affetto, tre ragazzi diventati uomini che apprezzavano Lui ben prima che diventasse Lui: prima di essere ingegnere, prima di essere padre di tre figli, prima di essere il compagno di qualcuno.

Ora ho dieci anni per pensare alla prossima sorpresa. Tanti auguri!

 

Febbraio, dieci anni fa

Dieci anni fa, a febbraio, con una grande risata e indossando delle calze a righe fucsia e nere, si chiudeva ufficialmente la mia vita da studentessa. Avevo accanto amici, parenti, avevo portato a casa il ciò che volevo sia in termini di competenze sia in termini di risultati.

Ed fu così che, 24 ore dopo quel giorno di febbraio, mi svegliai adulta, disoccupata e decisamente preoccupata. Avrei potuto prendere non dico il famoso gap year ma almeno la gap week, invece ricordo proprio il risveglio, andare in ufficio con mio padre, accendere il computer e dirmi “ok, adesso da dove comincio?”.

Cominciai come tutti, da monster, trovalavoro, cercalavoro, pescalavoro e dal sito dell’università. Nei cinque giorni successivi andai a due eventi di recruiting di massa, il mio curriculum venne messo tra i primi della pila solo per il voto di laurea, l’unica cosa che il selezionatore evidenziava. Mi sembrò ingiusto. Sempre in quei cinque giorni mi presentai a tre colloqui, due impieghi non retribuiti e uno retribuito poco. Quello poco retribuito sarebbe stato interessante, ma guadagnai il secondo posto sul podio, perché giustamente la mia rivale finale aveva esperienza.

Una settimana dopo la laurea ero in crisi perché mai e poi mai mi avrebbero preso da qualche parte, dieci giorni dopo accettai un impiego come “facilitatore”, in pratica dovevo convincere i passanti nei supermercati a compilare Rid bancarie per questa o quell’altra charity. Non imparai nulla che non sapessi già fare e rimasi lì solo per una settimana perché il venerdì mattina di quella prima in assoluto settimana di lavoro mi chiamò una signora con la voce troppo potente per il telefonino: mi offriva un impiego come insegnante di inglese e francese in una scuola media, inizio il lunedì successivo. Non mi aveva chiesto né il curriculum, né se avessi esperienza di insegnamento: dieci anni fa a febbraio uscii dalla scuola dalla porta e ci rientrai dalla finestra.

Dieci anni fa a febbraio mio fratello prendeva la sua prima pagella del primo quadrimestre di prima elementare. Lui cominciava e io avevo finito e pur essendo tornata nel mondo della scuola dall’altra parte della cattedra scoprii che non faceva per me. Era proprio il sistema scuola che mi stava stretto.

Sei mesi dopo, con una parentesi di due mesi estivi a Malta, mi accettavano nel posto più improbabile e sulla carta meno adatto al mio profilo. Però di questo ne parleremo a settembre.

Anno pari senza carrozzina

Ci prepariamo a un inedito anno pari, in primo negli ultimi 6 anni, in cui non tireremo fuori dalla cantina la carrozzina. Tutti i vestiti da neonato sono stati venduti e regalati, il 2018 ci vedrà marciare per le nostre e per le loro strade, facendoci forza come squadra e lasciando che i tre aggrediscano le loro salite, tirandoli per mano quando c’è bisogno e offrendo i bastoncini, ma anche le spalle per piccoli tratti.

Io e Lui siamo pronti, credo, ad affrontare per la terza volta i terrible two, e nel contempo a gestire i terrible four e i terrible six. Non so neanche io se avremo più bisogno di molto alcool o di un frusta.

Lunedì Nana e la sua migliore amica hanno indossato 20 collane e 10 bracciali ciascuna e poi sono andate al lavoro alla Porsche, dove hanno riparato una Porsche blu facendola diventare una Porsche viola e rosa. Questo è lo spirito per il nuovo anno, girls.

Nano è pronto per la sua nuova avventura, l’inizio della scuola, quella vera coi quaderni, le penne e i banchi. Lo dicono gli educatori, lo dicono i mille requisiti esplicitati dalla scuola, con l’ultimo treno me ne sono resa conto anche io. Mi impegnerò tantissimo, come se fossi lì con te in classe. Anzi, forse è meglio di no, che ti faccio fare degli errori.

Nel 2018 torno col mio lavoro, ne aggiungo altro, riprendo in mano l’attività full time e riempirò l’agenda, berrò tanto tè e tisane, viaggerò. Camminerò col passo svelto di adrenalina da scadenza e farò un briefing con me stessa mentre torno dall’asilo la mattina presto, prima di cominciare.

A Lui prometto di preparare la cena, di avere del cibo in casa senza recuperare gli avanzi congelati di capodanno, di impegnarmi contro la mia natura per sistemare la casa quanto posso e quando riesco.
Continuerò ad essere simpatica, caro compagno di squadra. Purtroppo, anche per questo nuovo anno, non posso promettere di diventare ordinata.

Gli amici degli Stronzi e altre storie – part 1

Una delle domande che mi vengono poste spesso è “Ma come sono i tedeschi? Ti trovi bene con loro?”In 5 anni a Warmbronn ho parecchi amici, la maggior parte tedeschi, quindi immagino che la risposta sia sì, mi trovo bene. Più divertente però, è parlare delle persone con cui non ho un rapporto di particolare affetto e amicizia, quelle che ho etichettato con accuratezza, per una abitudine un po’ infantile e un po’ stronzetta di affibiare soprannomi appiccicosi e che diventano in breve dei veri e propri nomiecognomi condivisi dalla cerchia privata. Sono persone che, nel bene e nel male, hanno qualche tratto che fa ridere, sono la commedia della nostra vita quotidiana.

La famiglia Stronzi sono stati i primi ad essere stati etichettati, ne avevo parlato anche in passato. Il nome dice tutto. Il rapporto con loro rispetto all’inizio è migliorato, hanno chiuso un occhio sulla nostra italianità e i saluti, gli inviti a cena di gruppo non sono mancati. Questo non toglie che siano Stronzi e che si sappia.

I migliori amici degli Stronzi, sono i Gianda. La famiglia Gianda deve il nome al padre di famiglia, un omone buono, con un vago sorriso e il cappellino con la visiera anni ’90, uno che se lo vedesse mia madre direbbe “grande, grosso e ciula”. Coi Gianda abbiamo un rapporto più frequente poiché il figlio dei Gianda ultimamente vuole andare all’asilo a piedi col Nano nostro, che gianda non è e infatti alla lunga si sta un po’ scocciando di tirarsi dietro questo, che dopo 3 anni ha dei dubbi sulla strada da fare.

La Mamma Scema è una cara amica della signora Stronzi. E’ interessante perché in tempi più recenti ho scoperto che la Mamma Scema è la moglie del Toten Hosen. La Mamma Scema non è da commentare, homen nomen. Il Toten Hosen è un mito inarrivabile, un rocker tedesco stranamente basso con una maglia dell’omonimo gruppo e la risata facile completamente a caso. Entrambi sono di compagnia, peccato che di due non riesci a tirarne fuori uno sano. Sono una coppia meravigliosa.

A proposito di persone perse, come non citare la coppia di genitori “che hanno perso i neuroni in qualche locale“. Sono una new entry in paese e Lui grazie alla mia descrizione non ha esitato un attimo nel riconoscerli. Lei cicciottella, la palpebra calante e i capelli che una volta devono essere stati sul rosato, lui magrolino e con l’occhio vacuo, entrambi fanatici di una squadra di calcio di bassa lega. Ne ho incontrate manciate di coppie così, solo che avevano 20 anni e neanche un figlio, tutte persone buone come questi due, solo con qualcosa di irrecuperabile dimenticato in qualche locale.

Non sono amiche di nessuno e fanno gruppo a parte, Simpatia portami via e la Porcina, perché le due figlie sono amiche del cuore. Simpatia portami via non è da spiegare, la Porcina ha gli occhi troppi vicini in un viso molto paffuto e mi duole dire che la figliuola le somiglia tantissimo e gli stessi tratti maldestri si ritrovano nella nonna.

Fine della prima parte.

La prossima volta mi concenterò un po’ sugli uomini, il politico locale, il Pistola, lo Zombie e soprattutto i veri uomini, i pompieri.

 

Kindergarten, inserimento #2

Due anni fa si parlava dell’inserimento di Nano al Kindergarten (qui e qui), dopo i due anni di kita in un altro paesucolo. Ed ecco che oggi, a due settimane dal passaggio, parlo dell’inserimento al Kindergarten di Nana, dopo due anni passati nello stesso edificio a piano terra, al nest.

Spostarsi da piano terra al piano superiore, raggiungendo il fratello maggiore, sulla carta sembrava un passaggio dolcissimo. Nana era felice, le attività del nest cominciavano a starle un po’ strette. Poi è arrivata la settimana di Schnuppern, in cui è andata con le adorate maestre del Nest a “spiare” il Kindergarten al piano di sopra. Belli i giochi, bello c’è il fratello maggiore, bello che ci sono tante stanze…. ma si è resa conto che le sue amiche del cuore non sarebbero venute con lei. Eh già, perché il passaggio si fa in concomitanza con il compleanno, nel caso di Nana due settimane prima. Katharina, Henriette e Anna arriveranno nei prossimi mesi.

Una fatica immane, ecco cosa è stato. Nana con una tristezza dentro profondissima e una lucidità sorprendente nel guardarsi dentro e spiegare che cosa prova, tristezza, fastidio, antipatia verso certi bambini più esuberanti e gratitudine verso il fratello che per lei, dall’alto dei suoi 5 anni, si è speso molto.

Io quel maestro non lo voglio – Il maestro di riferimento, soprannominato privatamente “lo Zombie”, non è stato di aiuto perché in uno staff di livello buono lui è un povero pirla un po’ poco intuitivo. Intanto i primi giorni pensava che Nana piangesse per il distacco dalla mamma: io, ma anche le maestre del Nest, a dirgli che non era così, che le mancavano le sue amiche, e lui non ci voleva credere. Poi ha deciso che nel pomeriggio era stanca e Nana ci ha pensato da sola a chiarirgli “non sono stanca, sono triste”. Lui non era ancora convinto. Incompresa, scocciata e infastidita, Nana ci ha messo poco a a farlo  passare dalla parte del cattivo, perché “lui non mi lascia andare sotto (al piano terra) dalle mie amiche e dalle mie maestre. Io voglio le mie maestre, non voglio lui.” Ho provato ad insistere, perché non lo vuoi? “Perché è un maschio!” Ma anche il maestro Cedric al Nest è un maschio e ti è sempre piaciuto! “Eh, ma il Cedric era bello!” Con questa ho lasciato perdere, perché sì, ha ragione, anzi ragionissima, il nuovo maestro è proprio brutto.

Ho paura del maestro Alexander!! Il maestro Alexander è un uomo un po’ grosso e un po’ burbero, sull’età, un pezzo di pane. Però, soprattutto coi bambini scalmanati, ci tiene al rispetto delle regole. Ora, al primo primissimo giorno Nana è rimasta scioccata che un bambino sia stato sgridato, con un tono di voce profondo da uomo e non con la voce soave femminile. In più, Alexander ha la barba, anzi, l’ha tagliata qualche giorno fa e Nana era molto divertita.

Quelle non sono le mie amiche. Le mie amiche sono sotto! Quelle non sono le mie maestre, le mie maestre sono sotto! Questo è ancora il punto dolente. Non che non conoscesse nessuno al piano superiore, tutt’altro, conosceva già qualche bambina della sua età e quasi tutti i bambini più grandi, amici del fratello. Ma nel suo dolore per avere perso la compagnia quotidiana delle sue amiche non ha voluto dare una chance a nessuno per una decina di giorni, né ai bambini né agli educatori. Le uniche amicizie che ha accettato sono le amichette di suo fratello, il cui istinto fraterno (o materno?) ha fatto i salti di gioia all’idea di giocare ad avere una sorellina più piccola.

Ormai va meglio, anche se le sue amiche le mancano, tanto, e tentiamo di vederle il più possibile al di fuori della vita scolastica. Le settimane passano e a breve una delle amiche del cuore si sposterà al piano superiore e in autunno arriveranno le altre.

Nel frattempo, i report di Nana danno notizia di nuove amicizie, non forti come le “sue amiche primarie” ma accomunate da uno strano particolare: tre bambine e un bambino che all’asilo non parlano. Per ragioni diverse: una bambina è tedesca e timida oltre misura, il bimbo marocchino capisce il tedesco ma parla solo arabo, la seconda bambina solo greco, la terza bimba non capisce ancora il tedesco e parla solo arabo siriano. Ho fatto qualche domanda a Nana che scocciatissima dalla mia stupidità mi ha risposto “Io parlo e intanto giochiamo insieme. Non parlano perché non hanno la voce!”. Ah, ecco.

Beh, buon Kindergarten piccola mia, coi vecchi e coi nuovi amici, possano sempre riempire di risate e giochi le tue giornate.