2019 ways to…

There will be 2019 ways to say I love you, I miss you, stop that, well done, be quiet, what the fuck, you idiot, my friend I’m here. And I will try all of them and take care to find the most effective and sweet ones.

I will wait 2019 seconds before screaming, and I hope to count 2019 minutes before loosing temper. I will buy 2019 packs of patience and I will be happy to loose those little tiny 5 kg.

They say there are 2019 ways to cook pasta, but I’ll stick to the few ones I know and before experimenting I’ll check the expiry date of all ingredients. That’s a promise.

There will be some days when our three will be loud like 2019 children in a indoor playground. But I’ll remember that I normally like children, and I’d rather have 2019 children in our three rooms than one single boring adult.

My goal is to write 2019 articles, for work and for myself, and to be inspired even by the most harsch building material and the most asettic boat.

I’ll learn some other music, let’s say I’ll try to reach 2019 songs but I already know it will take much more than a year, even a fantastic one.

Merry Christmas my friends, and a happy, vivacious and funny new year.

 

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Let’s Fantasy like a teenager

As a teenager I loved the old books of my hometown public library. There was a fantasy trilogy, The Fionavar Tapestry, that amazed me being something I thought to be enough underground and unknown to be really cool. It was actually a good story, for a 16 years old teenager at least, I lend the books to my friend Laura and by the time we both had finished the book n.2 of the trilogy we discovered that the public library only had two out of three books and there wasn’t the final chapter in any other library of the same group. Two teens with a broken heart. I was 25 when I finally found on Ebay the full pack of the The Fionavar Tapestry in English and I made a gift of it for my boyfriend: it still was something enough underground and unknown to be cool.

I recently felt like a teenager again when a friend warmly advised to read a new, underground and unknown series of books The Malazan Book of the Fallen. I had never heard about it, my husband hadn’t, some fantasy maniac friends were as clueless as I was. I don’t take for granted anymore that “underground and unknown” mean cool, and I believe that some books remain unknown for the better. Anyway, I decided to try and here’s a few notes about the first book, The Gardens of the Moon.

The story is chaotic. One side of me would just say to that friend “you are crazy, this is incomprehensible rubbish“. Many characters move into this world, too many people to remember and they just say things and act without a background. What’s more, for the first half of the book I was pushed up and down without a map,  where are the different cities and what is their history is something the author does not care to explain, you will have to accept the story as it is. I undestrand now, why that friend told me that he has to read again those books every few years: there is no way to understand the many shapes and nuances of this story within a first reading.
I would have stopped then, but somehow the book managed to keep me focused and intrigued, I wanted to know what would happen in the end and if all those people would meet somewhere. Some do, some don’t, some stories find an end, some stories don’t and I finished today the last chapter longing for the next book. It is a story of chaos but it’s well written because despite being bone-tired, I would stay awake to read a few pages more.

No one will ever convince me that The Malazan Book of the Fallen is a match to the immortal JRR Tolkien, it has actually nothing to do with the Middle Earth, being on another – sadly lower – level. But being open-minded, I advise my friends to have a go, risk and feel like a literature-adventouros teenager again.

To my friend Laura, I assure you that this time we will know how it ends… even if there are ten books of this serie!

Uno di Dicembre, mamma come son…

“Uno di Dicembre, mamma come sono contento…” così cantano i Sulutumana. Non ti dico che gioia. Che sarebbe cominciato col piede sbagliato me ne ero già accorta l’ultima settimana di novembre, quando si cominciava a sentire l’odore di Avvento: non il solito aroma di arancia e cannella o il piacevole speziato del Glühwein, ma l’odore di terra bruciata sul campo di battaglia dove 20 madri si sono scannate cercando di organizzare gli eventi natalizi della classe 1B.

Tutto è partito con Apfel Nuss e Mandelkern, sabato 1 dicembre, il mercatino natalizio di Warmbronn.
A mia discolpa, con tre figli – due nella stessa struttura  kindergarten e nido, uno che frequenta scuola e Hort pomeridiano, finire in overload è un attimo.
Per il Kindergarten ho partecipato: una lunghissima sera di creazione di ghirlande natalizie e un turno di un’ora di vendita allo stand durante il mercatino, dalle 18 alle 19.
Per l’Hort ho partecipato: ho preparato una porzione di impasto dei waffel come da ricetta distribuita e un’ora di vendita dei waffel allo stand durante il mercatino, dalle 19 alle 20. L’impasto dei waffel è venuto tremendo.
Per la scuola ho partecipato, sì, ma qui sono riusciti a esaurire la mia pazienza, la mia voglia e il mio entusiasmo natalizio, prima ancora dell’inizio del mese. Un turno allo stand era fuori discussione perché alla “nostra” classe è stata assegnata la finestra temporale in cui io ero già agli altri due stand, che si sono organizzati prima. Mi ero iscritta per offrire gli ingredienti per fare le pizze: non dovevo farle io, solo comprare gli ingredienti. Facile, no? Invece, una tizia neanche tanto simpatica mi ha chiesto se poteva lei comprare gli ingredienti e io avrei fatto un Fruchtebrot come da ricetta distribuita e per non minare i rapporti diplomatici stranieri-tedeschi, ho detto di sì. Mai più. Una fatica indecente per trovare gli ingredienti, la caccia al tesoro per le tre formine dove mettere i tre stramaledetti pani, una notte col frigorifero puzzolente per fare riposare l’odioso “pre-impasto”. Giovedì pomeriggio, due giorni prima del mercatino, arriva la comunicazione di un cambio di ricetta, ma a quel punto ero già avviata con ricetta 1. Poi ho scoperto che quasi tutti gli sfigati del Fruchtebrot hanno avuto le stesse difficoltà e lo stesso animo avvelenato. L’anno prossimo il Fruchtebrot lo compro da Aldi, sappiatelo.
Insomma, il sabato fatidico è arrivato e 3 bambini su 3 si sono ammalati, quindi mi sono ritrovata al mercatino, prima a portare tutte le mie offerte e poi a fare turni su due stand, da sola e con l’umore nerissimo.

Il 6 dicembre è arrivato il Nikolaus. Mi chiedo sempre perché loro santità magiche possono dare incombenze in outsourcing e io invece no. Quindi  regali, calze piene, cioccolatini a cura della sottoscritta – ma onore e gloria al Nikolaus.

11 dicembre, cori e canti al Kindergarten, a partire dalle 15.30, con l’Herr PincoPallino, quello che dopo 4 anni non ricordo ancora come si chiama.

13 dicembre, concerto del coro Minicrocs per i Senioren (leggi: i vecchi). Ho ritirato Nana e Nanetto e un amico di Nana un’ora prima del solito, Nano ci ha raggiunto direttamente sul luogo del concerto che a quel punto era finito, e mi sono portata a casa tutti per l’after party.

18 dicembre festa di Natale della classe 1B, argomento su cui ci si è scannati nelle settimane passate. Mi chiedo se certe madri non abbiano niente da fare tutto il giorno e se abbiano piacere a inventarsi 101 modi di rompere le balle al prossimo. Non si festeggia già abbastanza, avevamo proprio bisogno di un’altra festa di Natale?
Lui ha pensato bene di andare in viaggio di lavoro e lo invidio molto.
Domani quindi: do un passaggio in macchina ad amica+figlia e le porto con me a ritirare Nana e Nanetto al Kindergarten mezz’ora prima del solito, così da essere alle 15.30 a scuola per la festa. Finita la festa, porto direttamente Nano a calcio e dopo avere mollato lui, riporto le due ospiti a casa in auto, al che torno in palestra a riprendermi il calciatore.
Nota di costume: qualche giorno fa, una delle organizzatrici ha chiesto se qualcuno suona la chitarra ed è disponibile ad accompagnare le canzoni. Sono arrivata a minacciare le conoscenti e per fortuna tutte hanno taciuto, non suonerò nulla ma pago il silenzio sotto forma di salame di cioccolato da mangiare alla festa.

19 dicembre c’è la festa di Natale del nido e, ad appena mezz’ora di distanza, la festa di Natale del coro Minicrocs. Il piano è il seguente: in auto ritiro Nano al Hort, alle 15.30 siamo al nido per la festa, Nana viene ritirata dalla mamma di una amica e portata al coro, alle 16.30 molliamo la festa del nido e corriamo alla festa del coro, perché i genitori devono partecipare solo all’ultima mezz’ora.

20 dicembre, vendita di Muffin a scuola. Sì, perché la scuola propone un giorno “dei Muffin” e un giorno “Colazione sana” al mese, secondo un calendario che indica quale classe deve occuparsi dell’organizzazione. Se per la “Colazione sana” capisco l’intento di una buona educazione alimentare, in più i bambini si impegnano loro stessi nella preparazione e taglio della frutta, della verdura e delle fette di pane spalmate di formaggino, per il giorno dei Muffin mi sfugge l’aspetto didattico. I bambini non fanno i Muffin, non li vendono, devono solo essere dotati di monetina per comprarli. Boh. Comunque, potevo anche farmi i cavoli miei, invece di offrirmi per vendere Muffin a una intera scuola elementare.

Domenica 23 arrivano nonni, zio, suocero ed è tutta in discesa fino a San Silvestro.

Buon Natale quindi, e buon anno.
Propositi per l’anno nuovo? Mi sembra evidente: impegnarsi meno.

La sua aria divertita

Due mesi sono passati da quando la mia amica ha deciso di spiccare un volo così in alto che con qualsiasi elicottero non è possibile raggiungerla. In questi due mesi ho riversato litri di acqua salata sul pavimento e moccio nei fazzoletti, Lui è stato qui con una pazienza da divinità antica. Ho trovato il calore di una rete di amici che mi si è stretta attorno perché quando sono triste ho bisogno di raccontarlo. In questi due mesi ho dovuto dire ai bambini la verità, perché Nanetto mi ha colto di sorpresa con un “mamma, tRiste?” e volevano risposte.

Keka troverebbe molto su cui ridere di questi due mesi e nonostante il dolore sia grande non riesco a non percepire un certa aria divertita. Su questo oggi voglio soffermarmi e cercare di valorizzarla, perché nel cuore sento che è la via per tenere vivo il suo ricordo. La mia via, almeno.

1. Ho passato le prime settimane ad essere invitata a brindare in ricordo della mia amica, sia per via virtuale sia per via reale, tra grappe, prosecco, birre e Braulio. Anche alle 4 del pomeriggio. Su questo tema, al mercatino di Natale di Warmbronn berrò una tazza di vin brulé con dedica. Amica mia, mi hai lasciato a nuotare nell’alcool?

2. I bambini, come detto, hanno voluto sapere perché la mamma era diventata un fantasma più bianco del solito. Nana parla delle persone muorate e una decina di giorni fa ha dichiarato “Mamma, tu e il papà dovete muorare prima di noi perché siete più vecchi, vero?” Nano ha spiegato a Nanetto che nessun rakete arriva dove sono le persone che muoiono (quelle muorate) perché chi muore è nei ricordi ma “per davvero” non c’è. Sento la tua aria divertita mentre la mia è più volta alla disperazione, impareranno mai l’italiano, mi chiedo?

3. Ho trovato una bellissima foto di spalle di noi due, vestite colorate con la chitarra in mano. No, non si vede il naso, tranquilla.

4. Si è creata una rete di persone che non si conoscevano, legami di affetto che stranamente toccano in modo marginale la vita di un paese che mi ha un po’ deluso. Forse capisco adesso perché cara Keka volevi andare via. Comunque i tuoi amici si sono avvicinati, ci siamo conosciuti virtualmente e ci teniamo in contatto. E le reti, nessuno meglio di me emigrata può saperlo, sono la cosa che ti tira su quando sei giù di morale.

5. Ieri due tuoi amici austriaci fan di Ayrton Senna erano a Erba, li ha accolti mia madre. L’aria divertita è fortissima qui, perché sei riuscita a organizzare un incontro un po’ assurdo (cosa c’entra mia madre con Senna?? E coi tuoi amici austriaci???)- So con certezza che avresti preferito che fossero accolti da mia madre o da una tua cara amica, piuttosto che dai tuoi famigliari. Hanno lasciato un cappello di Senna sulla tua tomba appeso e questa è il gesto più prezioso e più in linea con te che chiunque finora abbia fatto.

6. Sono stata al Takko e ho comprato un reggiseno, ho preso dei pantaloni all’Aldi e l’aria divertita mi ha colpito di più, mi è sembrato anche di sentire un risolino acuto. Dai Pepponi ci andrò e la sentirò ancora, sono sicura.

Tu e le tue canzonacce pallosissime e un po’ bacucche, quelle no, non le posso proprio sentire. L’aria divertita mi tocca sui pattini, in bici, quando vedo passare la famiglia S, e basta con questa storia che chi muore non c’è più. Avanti tutta adesso.

Non verrò al tuo funerale

Non verrò al tuo funerale. Cara amica, sarò l’unica stronza che non sarà al tuo funerale, di fronte a un intero paese che si ricorderà di te, di fronte a tanta gente che ti voleva bene e a cui mancherai. Non posso sopportare il teatrino di lacrime e preghierine fatto sulla pelle della mia amica. Non posso sopportare le condoglianze. Non posso sopportare i colpevoli che raccontano al mondo che è colpa tua. Non posso sopportare e fingere di credere a quello a cui tu stessa non credevi. Non posso sopportare perché io, più stronza di te che la stronza non la facevi mai, non sopporto.

La nostra amicizia non era fatta di cuori, di bacini e bacetti: abbiamo camminato e corso insieme, abbiamo chiacchierato dondolandoci sull’altalena l’ultima volta poco tempo fa, abbiamo giocato tanto da bambine, ci siamo perse per strada e ci siamo ritrovate, abbiamo parlato tanto da adulte ritrovandoci cambiate e contemporaneamente ugualmente affiatate.

Rest in peace, amica mia. Lascia finalmente che le borse pesanti le portino altri, che lo stress a cui eri costantemente sottoposta ti si stacchi dall’anima e vola così, oltre tutti e oltre tutto.

Love, Chicchi.

Il giorno prima del primo giorno

Domani Nano comincia le scuole elementari. Pacca sulla spalla e buona fortuna figlio mio, direte voi. Invece no: nella Germania delle relazioni fredde raccontate da chi qui non è vissuto, il primo giorno di scuola primaria è un momento importantissimo, sentito e celebrato.

Lui e io facciamo fatica a mettercelo in testa e arriviamo al giorno prima del primo giorno con la lista dei materiali completata già da fine Luglio ma con la tradizionale Schultüte piena a metà. I giorni scorsi sono stati pieni di appuntamenti e cambiamenti, dall’inizio dell’Hort ai 2 chilometri di strada (effettivi, non ipotetici) che ha imparato a camminare da solo con gli amici la mattina presto, fino alla riunione genitori di ieri sera.

Nano continua la tradizione di famiglia, sarà in 1a B, come la mamma, il papà e lo zio, se non ricordo male anche i nonni. Domani il programma prevede una cerimonia in chiesa, poi una cerimonia a scuola, poi 45 minuti della prima lezione e poi a casa. Le famiglie al completo, nonni, zii, fratelli, partecipano in massa, mentre noi saremo solo in tre, perfino i fratelli abbiamo deciso di lasciarli al Kindergarten e offrire al primogenito una giornata dedicata. E’ una scelta controcorrente che ha scatenato sguardi sorpresi: “E cosa fate poi? Come passerete la giornata?” Non abbiamo organizzato nulla, perché non ci abbiamo pensato. Dopo essere caduta dal pero, ho deciso che andremo prima a pranzo insieme da qualche parte e poi in un negozio a comprare un Lego commemorativo.

Non solo è un ripiego il pranzo, lo è anche la visita al negozio di giocattoli, perché sarei dovuta andare a comprare il Lego oggi ma ho molto lavoro da sbrigare e mi avvalgo della facoltà di tramutare l’esigenza in attività ludica celebrativa.

Perché adesso, ditemi voi, ricordate il vostro primo giorno di prima elementare? Mia madre c’era, mio padre sostiene di essere stato presente, ricordo che hanno chiamato le classi e ricordo i banchi quadrati e la bambina seduta di fianco a me coi capelli voluminosi, ancora oggi una cara amica. Per quanto i miei genitori dessero una grande importanza alla scuola, non ci sono stati regali, feste, nonni o bisnonni. “Bene,” “brava” e fine.

Adoro festeggiare ma in questo caso trovo il sistema un tantino stressante per tutti, anche per il mio Nano che lo stress lo regge poco. E tutte ‘ste cerimonie collettive, tutto questo sottolineare l’importanza, e chi ha la Schultüte più bella, più ricca, più piena, le foto commemorative singole e di classe. Mi sembra troppo… ma mi riservo di scrivere in dettaglio come è stata la giornata. Sono agitata anche io.

Da una maglietta: Episode II “Kindergarten, DAS WARS. Möge die Schule mit dir sein”.

 

 

Settembre, dieci anni fa

Dieci anni fa a settembre iniziavo a lavorare come responsabile ufficio stampa ed eventi in uno studio di comunicazione specializzato in architettura. Avevo alle spalle una laurea pochi mesi prima, poi un quadrimestre come insegnante delle scuole medie, e infine una estate a Malta come guida per studenti.

Come molti neo laureati, non avevo idea delle possibilità offerte dal mondo del lavoro, l’unica cosa che mi era chiara erano gli ambiti in cui non avrei voluto lavorare. Chiaramente, il primo tra questi era l’architettura. Inoltre, diversamente da tante coetanee, ero dispostissima a spostarmi, perfino ad emigrare, invece il lavoro che mi si proponeva aveva sede a Lecco, a una quindicina di chilometri da casa dei miei genitori. Risposi all’offerta perché il profilo richiesto era coerente col mio, il colloquio fu abbastanza facile e pochi giorni dopo entrai in quell’ufficio con le pareti colorate e tante tante emozioni, positive e negative, che ne coloravano invece l’aria.

Passai la prima settimana a sfogliare riviste di architettura e edilizia, a causa di una disorganizzazione momentanea nelle rassegne stampa che poi scoprii essere cronica. Pensai che fosse una pazzia avere quattro persone che per otto ore sfogliano un monte di riviste, ma ero entusiasta. I primi mesi mi furono assegnate moltissime traduzioni e nel frattempo erano molti i nomi da ricordare tra clienti, fornitori, colleghi, redazioni. Tanta la confusione, concausa di tensioni interne ed esterne, e in tutto questo scoprii che la mia propensione all’ordine mentale poteva essere messa a buon frutto. Tornai quindi alla base della organizzazione personale, comprai l’agenda e la rubrica cartacea, linee guida irrinunciabili che uso ancora oggi.

Come in tutte le esperienze, alcune persone sono state deludenti, altre si sono rivelate delle grandi opportunità e ho imparato un mestiere che, in tutta sincerità, mi viene abbastanza bene.

L’architettura continua a piacermi poco, ma ci sono troppo immersa per non capirne il bello e il brutto. Mi piacciono i progettisti pratici, quelli che costruiscono e disegnano per vivere, per utilizzare, per ricercare risorse materiali e risorse emozionali. Insomma, quelli che sanno cosa stanno facendo e in quale direzione stanno andando. Pollice verso (ma nel mio lavoro ci si ripara dietro una cordiale e fenomenale faccia di tolla), gli architetti che si perdono nei meandri di filosofie inventate da loro stessi e che si misurano l’ego con il righello. Con loro, prima che con i figli, ho allenato la virtù della pazienza.

Sbucata fuori dalla linguistica, mi scopro più propensa a cercare il dettaglio tecnico per capire bene io stessa di cosa sto parlando. E se poi non posso esimermi dal decorarlo di parole di contorno, che ci vuoi fare, il mio lavoro in fondo è questo.

Mondiali, dall’altro lato

 

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E dopo l’Italia che in Russia non ci ha proprio messo piede, anche la Germania termina il suo Mondiale 2018.

Ha senso quindi scrivere oggi al passato, guardando le scorse settimane e raccontando cosa è stato per noi, con un figlio nel Bambini-fussball dell’emerita Spvgg Warmbronn che a questo torneo ci teneva proprio.

Abbiamo cominciato con l’Italia che non avrebbe partecipato. Nano non l’ha detto ma ho visto sul suo viso un certo sollievo quando mi ha risposto “non importa, tengo alla Deutschland”. Non sentirsi diviso tra due nazioni, per una volta, sul calcio soprattutto. Un conto è indossare la maglietta del Milan per andare a fare gli allenamenti, un altro è la realtà dei fatti, cioè che canta i cori da stadio a favore della Vfb Stuttgart e che conosce quasi tutte le squadre e i giocatori della Bundesliga ma della Serie A esiste solo il Milan (e l’Inter che è il male).

Ha visto la prima partita della Germania, persa. Ha visto una parte della seconda partita ed era tutto contento. “Mamma, perché tutti hanno la maglietta e io no?” Stavo pensando di comprargliela. Per la giornata di ieri, un intero weekend a chiedere “possiamo andarla a vedere con tutte le persone?” e con un vago sentore che fosse un’occasione da non perdere, ho organizzato tutto per accontentarlo.

Nana è andata da un amico a giocare, io e i due maschietti siamo saliti in bicicletta sopra la collina dove l’associazione locale (stile ProLoco) ha organizzato la visione comunitaria della partita.
Descrizione oggettiva, ma anche un po’ divertita: che pena! Niente schermo gigante, ma un proiettore low cost e un piccolo telo bianco, il tutto sotto una struttura di pali e corde e stoffa nera che facesse un po’ di ombra, perché sotto il tendone (un po’ piccolo) a righe gialle e bianche, c’era troppa luce per vedere. Le immagini diventavano nitide solo quando una nuvola pietosa offuscava il sole all’esterno. L’ho già detto che questa zona è nota per la tirchieria?

Ancora peggio, la tifoseria. A parte dipingersi le bandiere sulle guance (sì, anche i miei figli), il pensiero era rivolto principalmente a birre e hot dog. Agli inni nessuno canta, ma bevono e chiacchierano. Sussurro al mio Nano grande “se fossimo in Italia, sarebbe volato via il tendone dal coro che si sarebbe alzato”. Poi capisco che per lui è fantascienza quel che sto raccontando, perché non l’ha vissuto, e alla prossima occasione di competizioni internazionali voglio assolutamente portarlo a vedere una partita in un qualunque bar di qualunque paesucolo in Italia. Sono esperienze.

La Germania gioca male, i tifosi tifano male: nessun insulto, lamentela, nessuno dà la colpa all’arbitro, al fato, all’allenatore, a quel calciatore che ha tirato storto. Un po’ di vita, un po’ di colore, niente di niente. Sarei stata pronta a perdonare la parolacce davanti ai bambini in questa occasione.

Al 65°, a metà del secondo tempo, quando finalmente le libagioni cominciavano a fare effetto scarseggiare, l’atmosfera si scalda, parte qualche coro “Fai un gol, fai un gol” quando ormai di gol ne avrebbe dovuti fare 4 o 5 per passare. I vecchi cominciano a lamentarsi del gioco scarso (alla buon’ora), mio figlio che per fortuna non si è mai stancato di vedere la partita si diverte per i cori. Fischio della fine, qualche bambino piange, il mio è dispiaciuto ma si consola subito a cena con un’altra famiglia e nel frattempo sono arrivati la sorella e il papà.

“E adesso tu a cosa tieni, mamma?” Perché alla fine è qui che un bambino arriva, di quale squadra siamo noi e chi sono i nostri avversari.

Non lo so, non alla Svizzera però.

School and creeps

Tomorrow we will be at The appointment, the very first at school for the official registration in first class. It should be easy enough for the average person. My son will have no problems at all, I am sure.

About us, I am not completely positive.

I don’t feel sure for the language: how easy is it to label someone just because the talk is not perfect? And it could damage my child even before he puts a step in a classroom if his mum mistakes all the fuckin’ der die das. This child is gifted, they will say, despite such a family.

I don’t feel that my husband and I are less educated than any of the teachers. At all. But – as the amazing blogger Nicla defines it – the immigrant’s headache will play against us.
Let’s face it, we think a little more and we speak a little less, we seem slow, less funny, less clever, and less spontaneous.

Starting tomorrow with this appointment, I start school with him, again.
I have been a pupil, I have been a teacher,  I’am about to be the mother of a schoolboy. Creeps.

 

40 volte Lui

40. Dagli -enti, agli -enta, agli -anta, diritti puntati verso i (c)-ento.

Lui ha compiuto 40 anni, nella mia emozione e nella sua disperazione. E’ durata una settimana lavorativa, dal lunedì al venerdì, perché poi venerdì sera è arrivato il mio regalo.

Non avevano fiocco né pacchetto, ma tre suoi cari amici hanno accettato la mia proposta di venire da noi per il weekend, nel segreto totale. Nessuno dei Nani è stato messo a conoscenza del segreto, il suocero distratto è stato tenuto all’oscuro. La sorpresa è stata riuscitissima.

E anche io, che due dei tre li avevo visti forse due volte, sono stata felicissima di avere in queste persone così piene d’affetto, tre ragazzi diventati uomini che apprezzavano Lui ben prima che diventasse Lui: prima di essere ingegnere, prima di essere padre di tre figli, prima di essere il compagno di qualcuno.

Ora ho dieci anni per pensare alla prossima sorpresa. Tanti auguri!